Il controllo del rischio. L’unica vera salvaguardia dei risparmiatori

In questi ultimi anni abbiamo assistito a una sistematica caduta dei rendimenti che hanno spinto i corsi di titoli, fondi e gestioni al di là di ogni più rosea aspettativa gratificando gli investitori; per metodo di lavoro e per esperienza ho cercato di coniugare questi rendimenti con un rigido controllo del rischio nella consapevolezza che la fase di mercato che stiamo attraversando maschera situazioni di grave difficoltà e che le politiche di governance stiano soprattutto mirate a guadagnare tempo, con la speranza di riassorbire gradualmente gli eccessi che hanno provocato la crisi esplosa nel biennio 2007/2008 ma i margini di manovra si stanno restringendo e lo scollamento tra economia reale e finanziaria non accenna a rientrare.

Una prima avvisaglia che qualcosa non quadra in questa profusione di ottimismo e che induce a drizzare per bene le antenne l’abbiamo appena avuta. Tra la fine di aprile e i primi di questo mese il rendimento a scadenza del decennale Usa è salito da 1,90% a 2,27% (+ 20%) mentre quello tedesco si impennava da 0,13% a 0,74% (+ 470%). Siamo stati dunque inconsapevolmente testimoni di una volatilità “record” le cui cause sono molteplici.

Da un lato si è assistito a un’offerta molto ampia di titoli obbligazionari societari che ha drenato liquidità dai titoli governativi sui quali sono accuratamente scattate delle prese di profitto alla luce di rendimenti che potremmo definire quantomeno irragionevoli data l’attuale bassa crescita degli Usa e lo scenario deflazionistico probabilmente sopravvalutato nell’Europa comunitaria.

Da ciò ne consegue un’evidente conferma su quanto indicato alla mia clientela in questi mesi, ossia la pericolosità insita nei mercati obbligazionari sulla scorta di rendimenti così bassi che esprimono flussi cedolari non sufficienti a proteggere gli investitori dalla volatilità dei prezzi, fatto peraltro indotto dalla distorsione creata artificialmente dalle politiche monetarie delle banche centrali e che inevitabilmente si ripercuotono anche sui mercati azionari.

Tutta questa liquidità a tassi infimi rischia di trasformarsi nei mesi/anni a venire in una bella trappola per i risparmiatori e non è detto che la politica monetaria delle banche centrali alla fine sortisca gli effetti sperati sull’economia reale. Mai, come in questo momento, le probabilità di perdere denaro sono state così elevate.

Una finanza fondata su rendimenti negativi è a dir poco un “non-sense” finanziario in cui le Banche Centrali ricoprono il solo ruolo di acquirenti (mai di venditori) che rende i mercati poco liquidi e distorce la formazione di rendimenti in grado di remunerare il rischio corso dagli investitori.

È dunque opportuno prestare molta attenzione alle valutazioni espresse dai mercati, sia obbligazionari che azionari, valutando accuratamente i rischi sottostanti. Rendimenti negativi o prossimi allo zero difficilmente potranno perdurare e la volatilità dei mercati è, prima o poi, destinata a salire.

A tal proposito va sottolineato quanto espresso dal FMI nell’autunno scorso. Il Fondo Monetario ha sottolineato in suo report che in tale situazione c’è stata una corsa esasperata alla ricerca di rendimento da parte degli investitori che si trovano, a loro insaputa (in quanto presenti nei portafogli sotto gestione), elevate quantità di titoli illiquidi che, se messi sotto pressione da una qualsivoglia tensione indotta nel sistema, potrebbero registrare pesanti ridimensionamenti dei corsi e, conseguentemente, sensibili perdite patrimoniali.

A questo punto risulterà molto facile al lettore comprendere le prime due regole che Warren Buffet, considerato il più grande investitore del mondo, ha sempre seguito nel corso della sua pluridecennale attività: “La prima regola è non perdere mai soldi; la seconda, non dimenticare mai la numero uno“. Nel contesto sin qui descritto sembrano talmente ragionevoli da sfiorare addirittura la banalità, ma nella realtà dei fatti i comportamenti dei risparmiatori sono piuttosto difformi e lo vediamo alla luce delle prossime considerazioni.

I detentori di fondi multi-asset (la tipologia di gran lunga più acquistata negli ultimi anni) non sono così consapevoli di aver sostituito – in questi anni – titoli governativi e investment grade in buona misura con titoli di qualità inferiore e con titoli azionari, esponendosi al rischio di volatilità senza aver ben compreso i rischi connessi di illiquidità, di caduta del premio a rischio, di insolvenza delle controparti e di caduta dei prezzi. Per comprendere tutto ciò basterebbe chiedere a un qualsiasi investitore quali siano le componenti del proprio portafoglio e la conoscenza o meno del livello di rischio assunto per verificare che, nella stragrande maggioranza dei casi, si otterrebbero risposte negative.

Il desiderio di rendimento ha infatti indotto un abbassamento della guardia e la spinta proveniente dagli sportelli bancari e dai promotori finanziari ha acuito questa tendenza. Si è diffusa, per inconsapevolezza e poca cultura finanziaria, la convinzione che i rendimenti futuri attesi (mediamente dal 3,5% al 6% annuo) si possano ottenere con titoli che, acquistati direttamente sul mercato, non riescono ad arrivare al 2% lordo; non c’è dunque una sufficiente consapevolezza della diversa composizione di questi asset che stanno spopolando fra i risparmiatori.

Detto ciò, questa tipologia di fondi non va assolutamente demonizzata; potrebbe anzi rappresentare una soluzione per gestire l’incertezza testé evidenziata. L’importante è avere una profonda conoscenza dei sottostanti e poterne calcolare la loro rischiosità sull’intero patrimonio. Personalmente ho suggerito alla mia clientela un loro moderato inserimento all’interno dei loro asset avendo la cura (e gli strumenti) di poterli costantemente tenere sotto controllo. È la consapevolezza di conoscerne il valore ma anche i limiti che non deve mancare né agli investitori né (soprattutto) ai loro consulenti.

Al di là di questo specifico aspetto, ora più che mai va attentamente valutata la rischiosità incorporata complessivamente nei propri portafogli affinché si evitino dolorose sorprese quando ci si avvierà verso la normalità.

Non è più tempo infatti di tenere la testa sotto la sabbia ma di aprire per bene gli occhi al fine di tutelare il frutto di anni di sacrifici, tanto più in assenza di porti sicuri come i titoli di stato o gli asset immobiliari che hanno inevitabilmente fatto il loro tempo.

I tempi cambiano e, come dimostrò Darwin, solo le specie che si adattano ai cambiamenti sopravvivono. A buon intenditor…