Il problema della crescita: questione economica o politica?

Dopo otto anni di crisi, con una lunga serie di manovre di politica economica alle spalle e le principali banche centrali impegnate a dispiegare i più disparati strumenti a disposizione, siamo ancora in attesa di una crescita credibile e rassicurante.

Per esserci crescita è indispensabile una serie di condizioni, quali una capacità produttiva adeguata, costi di produzione contenuti, capacità di avvicinare i mercati di sbocco in modo fluido ed efficace, una domanda aggregata adeguata e la capacità di spesa dei clienti finali.

Sul lato dell’offerta indubbiamente i tentativi di dare impulso all’attività economica mondiale sono stati fatti ma poca attenzione è stata posta sulla capacità di spesa dei consumatori e su questo versante la politica è rimasta piuttosto inerte.

In questi ultimi decenni le disuguaglianze, in termini di ricchezza e redditi, si sono divaricate in modo impressionante e non è un caso che il Senatore Bernie Sanders stia cavalcando con successo questo tema nella sua campagna elettorale contro Hillary Clinton; “Lo 0,1 per cento degli americani più ricchi ha tanta ricchezza quanto il 90 per cento della popolazione. Qualcuno pensa che questo sia giusto? La classe media americana sta scomparendo. È ora di dire basta!” è il messaggio che diffonde nei suoi comizi e l’elettorato sta premiando la sua corsa verso la Casa Bianca.

Su questo argomento si è espresso Leopoldo Fabiani nel suo articolo Troppa disuguaglianza fa male anche ai ricchi pubblicato lo scorso marzo sul settimanale L’Espresso, che invito a leggere.

Nel suo articolo Fabiani cita Joseph Stiglitz che da anni denuncia con libri e articoli l’insostenibilità della situazione. In “La grande frattura“, appena uscito da Einaudi, il noto economista scrive: “Il primo uno per cento degli americani si porta a casa ogni anno quasi un quarto del reddito della nazione. In termini non di reddito, ma di ricchezza del paese, il primo 1 per cento ne controlla il 40 per cento. Venticinque anni fa i termini di quel rapporto erano 12 e 33 per cento. Tutta la crescita degli ultimi decenni è andata a chi stava in cima“.

L’autore cita ancora Stiglitz, “Quando il denaro si concentra molto in alto la domanda aggregata inizia a scendere“, il che sta a significare che le economie in cui la distribuzione della ricchezza è fortemente sperequata crescono poco (che è la situazione nella quale versiamo).

Ciò si contrappone alla teoria che sostiene un effetto distributivo verso il basso della ricchezza a prescindere dalla sua concentrazione e dunque ciò rende superfluo un intervento correttivo di questo fenomeno; il mercato si regola autonomamente, secondo i puristi del liberismo.

La globalizzazione ha prodotto un enorme allargamento della schiera dei potenziali consumatori portando la produzione in paesi sino ad allora sottosviluppati, creando posti di lavoro che hanno generato flussi di reddito per quelle popolazioni ma al contempo hanno distrutto posti di lavoro nei paesi sviluppati e ne hanno spinto all’ingiù il costo creando – in parallelo – una generazione di “working poors” attraverso la proliferazione di forme contrattuali flessibili e precarie.

I benefici della crescita, lo troviamo proprio nella sperequata distribuzione dei redditi, sono andati a finire nelle tasche degli appartenenti alla “upper class”, imprenditori, manager e professionisti mentre la classe media si è mediamente impoverita e si sono allargati i ceti più poveri. In queste condizioni è molto duro sviluppare il consumismo, almeno come l’abbiamo inteso finora.

Questa situazione produce anche effetti sulla mobilità sociale erigendo barriere ancora più alte che impediscono ai più di salire ai piani superiori della scala sociale, fenomeno che ha consentito in passato di fare emergere grandi capacità professionali e impegno lavorativo a beneficio non solo dei singoli ma anche della società nel suo complesso.

Su questo argomento invito alla lettura del libro “Manifesto Capitalista. Una rivoluzione liberale contro un’economia corrotta” di Luigi Zingales che analizza, in un parallelo fra Usa e Italia, la struttura delle lobbies e il problema della meritocrazia.

La carenza di denaro da spendere per soddisfare i bisogni personali e familiari, indispensabili o indotti che siano, resta un robusto freno per lo sviluppo della crescita. Nelle attuali condizioni, a mio avviso, non restano che due vie. La prima porta a una revisione globale delle politiche fiscali e a una più equa distribuzione dei redditi mediante la quale il maggior benessere della classe media può indurre a una maggiore domanda innescando la tanto auspicata e invocata crescita.

La seconda è quella di prendere tempo, inducendo la classe media al consumo pressoché integrale dei redditi percepiti unitamente alla progressiva erosione dei capitali accantonati dalle precedenti generazioni fino al loro esaurimento. Peccato che alla fine di un simile processo ci ritroveremmo non solo allo stesso punto ma nella medesima situazione del XVIII° secolo in cui l’esasperazione delle differenze economiche e sociali mise in contrapposizione una nutrita moltitudine di poveri e un numero esiguo di nobili immersi nell’agiatezza e sappiamo tutti come andò a finire.

Sarebbe un vero peccato tornare a quei tempi per l’assenza (o noncuranza) della classe politica che, almeno nel cosiddetto “mondo civile”, dovrebbe avere tra i suoi compiti quello di garantire sviluppo ed equità.